Granda: fai quel che devi!


629744816.jpg


Il 12 aprile scorso, come si sa, Emma Bonino in una conferenza stampa al Senato ha dato ufficialmente il via alla campagna “Ero straniero – L’umanità che fa bene”, una proposta di legge di iniziativa popolare per superare la Bossi – Fini e cambiare le politiche su inclusione e lavoro. In questa sede non mi preme riprendere i temi della campagna (che posso essere analizzati facilmente consultando il sito www.radicali.it), ma provare a ragionare, cogliendo l’occasione dell’ottima iniziativa radicale, sul metodo di conduzione di lotte, sul “come” si può, anzi si deve, a parer mio, fare politica. Chi scrive ha attraversato in gioventù, da liceale e da universitario napoletano, diverse fasi politiche, tutte contraddistinte dalla tipica (e spero perdonabile) irruenza giovanile, fatta di sfogo, rabbia, protesta; poi dopo alcuni anni già più maturi di confusione, sono entrato in quella che oggi amo definire la “casa radicale”, un unico stabile con all’interno tante stanze in cui si vive e si con-vive (spesso con difficoltà). Detto ciò, ho avuto modo di imparare molto dalle lotte radicali di qualche decennio fa, dagli scritti e dagli interventi di donne e uomini come il compianto Marco Pannella e la stessa Emma Bonino, dagli spunti di riflessioni di veri e propri totem come Spadaccia, Vecellio, Bandinelli e altri. Oggi mi ritrovo iscritto al Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito convintamente, mentre sostengo con passione e impegno alcune iniziative di Radicali Italiani (e per chi non frequenta quei “quattro stronzi dei radicali ” (cit. Rosy Bindi) la differenza fra le due “entità” è oscura e misteriosa). Cosa significa quindi, sostenere con passione e impegno? Presto detto. L’impegno politico per noi radicali si traduce in un motto tanto semplice (e per alcuni ovvio) quanto rivoluzionario: “Fai ciò che devi e accada quel che può”. Queste sono parole dell’immenso Nenni. E mi piace usarle (perché devono essere usate) in ogni contesto della vita quotidiana, lavorativa finanche. Non basta fare quel che si può, è troppo poco e anche abbastanza autoassolutorio dinanzi ad una eventuale sconfitta (quante volte, appunto sconfitti, ci siamo consolati dicendoci: “Eh s’è fatto quel che s’è potuto…”): la domanda è….prima di fare ciò che puoi, hai fatto ciò che dovevi? Il dovere (qualunque esso sia) implica l’impegno, il sudore e il sacrifico e se si entra in quest’ottica spesso si scoprono poi forze e potenzialità che magari non pensavamo neanche di avere, per raggiungere un dato obiettivo. Ora, e rientriamo nel campo politico, l’obiettivo qual è? Raggiungere le 50mila firme sul suolo nazionale affinchè la proposta arrivi nelle giuste aule. E a distanza di mesi da quel 12 aprile cos’è successo? E’ successo che la proposta di Emma è stata abbracciata da una miriade di organizzazioni, associazioni, singoli sindaci, consiglieri…sto parlando di CGIL, ACLI, Comunità di Sant’Egidio, Migrantes, ARCI. E via dicendo (anche le sigle che hanno abbracciato la campagna sono disponibili sul sito radicale). Non sta a me scoprire che “potenza di fuoco” abbiano queste sigle: iscritti, sedi, delegati e, diciamolo, anche un paracadute economico non indifferente. Suvvia: immaginiamo se ogni sede, che so, della CGIL o ARCI si fosse inventata una sola giornata dedicata alla campagna per raccogliere firme, che cosa sarebbe successo! Il caos, meraviglioso caos in ogni cittadina. Purtroppo questo non è successo; no, non è andata propriamente così. Molte di quelle sigle si sono limitate a conferenze stampa e/o a dare notizia di adesione sui loro siti. Poi, poco o nulla. Almeno nella provincia di Cuneo (e non mi risultano notizie di intralcio al traffico per le folle oceaniche desiderose di firmare in altre zone d’Italia). Come spesso accade quando Emma Bonino, al netto della sua precaria condizione di salute, entra in gioco e ci mette la faccia: qualcuno, a livello nazionale, per darsi una ripulita all’immagine, al bel faccione da manifesto elettorale, abbraccia la campagna radicale, nascondendosi dietro la storia di Emma, di Marco, delle Faccio, delle Aglietta e compagnia bella. Facendosi belli con i visi (e le cicatrici su quei visi) altrui. E’ già successo e succederà ancora. Ma poco importa. E qui in Granda? Pochi hanno fatto ciò che dovevano e molti non hanno nemmeno fatto ciò che avrebbero, almeno in teoria, potuto. E’ d’uopo in queste parole sottolineare lo splendido lavoro e il grande aiuto che è stato dato, a noi Radicali Cuneo, da persone come Ugo Sturlese e Luciana Toselli della lista “Cuneo per i beni comuni”, i membri di Sinistra Italia di Torre Pellice, l’Associazione MondoQuì, qualche ACLI armata di buona volontà e i consiglieri/assessori amici che si sono prestati come autenticatori ai banchetti di raccolta firme (perché la forma è sostanza: siamo mica FIRMIgoni qualsiasi noialtri?!). Ma il resto? Le decine e decine di sigle che ci hanno messo la faccia e la firma? Chi legge magari non sa (e lo dico a suo beneficio) che Radicali Cuneo sostanzialmente è composta da meno di dieci persone le quali, con orgoglio, sono andati in giro per la provincia a depositare i moduli presso gli uffici comunali: da Alba a Savigliano, da Montà a Saluzzo, passando per Cherasco e Bra e tanti altri. Fino ad arrivare al capoluogo provinciale, la cui amministrazione locale ha ufficialmente aderito alla campagna. Lo abbiamo fatto a nostre spese, economiche e di tempo. Perché? Perché non ci piace rispondere “non posso, non ho potuto”, ci piace rispondere semplicemente “faccio quel che devo”. L’obiettivo è 50mila firme a livello nazionale, qui in Granda siamo arrivati ad oggi a sfiorare quota 1000. Definirlo un trionfo, al di là del mero numero, è poco. Eppure s’è fatto. Si doveva fare. Certo, si può fare sempre di più. Ma noi ci siamo stati e ci saremo. Al di là delle compagnie di viaggio e delle ideologie che spesso frenano tentativi già pigri in partenza. Mancano poche settimane alla chiusura della campagna. Da queste pagine non possiamo fare altro che augurarci un ultimo, speriamo non tardivo, risveglio delle coscienze. Un po’ dormienti negli ultimi tempi e il “sonno della ragione genera mostri”.